I Giorni della Cura

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Dedicato a Fulvia,amica preziosa, che prima di volare via ha ascoltato il mare

I giorni della cura

di Marina Baumgartner e Titti De Simone

Marina, Milano, 1 luglio 1997.

Ho appena accompagnato il mio amore all’aeroporto, felice, alla guida della mia piccola Peugeot decappottabile decappottata vado alla volta dell’ufficio.

Viale Forlanini, scorrimento veloce. Improvvisamente, sulla corsia opposta, vedo un ragazzo in vespa schiantarsi contro il guardrail, volare in aria e ricadere pesantemente per terra. Penso: “Poverino, lo devo aiutare!” Freno. Stacco. Buio.

Mi risveglio con la faccia coperta di sangue, uno al finestrino mi chiede come sto, rispondo “Insomma!” e svengo di nuovo. Arriva l’ambulanza, mi raccolgono con estrema delicatezza con la barella a cucchiaio, mi portano verso un ospedale.

Una station wagon non ha rispettato la distanza di sicurezza e mi ha tamponato. Si fa per dire. Mi ha completamente distrutto la macchina, ma lo saprò dopo.

Mi portano al San Raffaele, mi consolano: “Su, sarà solo un colpo di frusta”.  Arrivo, mi fanno una tac e mi guardano strano. “Signora muova i piedi, muova le mani, signora lei è una miracolata. Si è spezzata l’osso del collo, frattura scomposta della C2 SENZA lesione midollare. Un miracolo.”

Passo la notte al pronto soccorso, una durissima barella di ferro e un inferno di urla. La mattina mi trasferiscono in reparto e inizia l’attesa. Nove lunghi giorni – totalmente immobile –  per aspettare il chirurgo che mi opererà, è in America. L’alternativa, tre mesi di un maglioncino di gesso per saldare la frattura. Senza esitare, scelgo l’operazione. Inizia la mia storia d’amore con gli infermieri. Prima di tutti la mia compagna di camera. Infermiera da una vita, operata alla schiena ma già in piedi.  Mi tratta come la sua bambola, mi coccola, mi massaggia, mi nutre. I medici non li vedo quasi mai.

Il 7 luglio si materializza il tanto atteso chirurgo, un incontro breve. Cammina un po’ storto ed è come rattrappito in sé stesso. Parla e non mi guarda negli occhi. C’è un muro, fra me e lui. Ma so che è bravissimo, a volte bravura ed empatia non vanno d’accordo.

Il 9 luglio mi operano, sette ore di intervento. Chiodo di titanio e un pezzo di osso del mio bacino, saldano insieme C1 e C2. Addio rotazioni. Non potrò mai più girare il collo. Quattro giorni di morfina, drenaggi, catetere. Ma sono viva e NON paralizzata.

Dopo sette ore di anestesia, apro gli occhi. Ed è amore. Degli amici, ma soprattutto degli infermieri. Tutti giovani, sorridenti, presenti giorno e notte. Una notte ho un incubo e mi sveglio tremante, gridando; arriva un ragazzo straniero, mi guarda e mi dice: “Signora, tu bella anche quando ha paura” e mi rimette a posto le lenzuola. Nonostante tutto, rido di cuore: mai complimento fu più apprezzato! Gli amici, vista la stagione, mi portano gelati e semifreddi. Presto ho uno scomparto tutto mio nel frigo degli infermieri.
Il giorno prima di uscire, tre settimane dopo, mi presentano un aggeggio orrendo che dovrò indossare per due mesi, una specie di corazza con le stecche dalla fronte ai fianchi. Penso seriamente di buttarmi dalla finestra invece di metterlo.  Anche in questo momento, una figura in camice, una infermiera dagli occhi vivi e sorridenti, mi spiega con dolcezza che non è per sempre, e il tempo passerà presto. Imparerò a conviverci. Poi  mi portano al mare e, finalmente, crollo. Piango continuamente, ho caldo, ho male. La gente mi guarda incuriosita e io li aggredisco: “Cos’hai da guardare???? Non sono ET, ho avuto un incidente, e allora???” Lontano il periodo in cui c’era sempre chi sapeva consolarmi con un gesto, una parola giusta.

Il giorno dell’incidente avevo al collo un ciondolo con un angioletto d’oro. Si è decapitato. Lui al posto mio.

E’ stato un miracolo, ma sono guarita anche con le iniezioni di affetto  e di empatia di infermieri e medici, meglio della morfina. L’amore si nutre di parole e, per me un milione di volte, “anche le parole curano”.

 

Titti, Milano, febbraio 2021

Mi chiamo Titti e abbraccio i pazienti. Sono un’ infermiera.

La prima volta che ho toccato un paziente ho capito cosa volevo fare da grande, quale era il mio posto nel mondo.

Un posto “sbagliato” da abitare nel mezzo di una pandemia mondiale che ha stravolto ogni cosa: abitudini, usi, luoghi, linguaggio.

Un luogo fatto di morte e dolore, di solitudine, di paura e mancanze. Di presidi, protocolli, vaccini, contatto, sorrisi, presenza.

Dentro un buco, abbiamo imparato a muoverci per inerzia e senso del dovere, quello che facevamo era la differenza tra la vita e la morte.

Non trovavo le parole per raccontarmi quello che stava succedendo.

Da questo bisogno di ordine, di chiarezza, nasce il progetto “Emozionario dei professionisti sanitari”. Per riscrivere con chi stava vivendo con me quel vuoto di parole e di emozioni; nessuno mi aveva insegnato a prendermi cura di quelle emozioni, a vederle, legittimarle, chiamarle, gestirle. Eppure il fragile materiale che ogni giorno tocco è fatto di corpo, pelle e organi, paure, ansia, sollievo, gioia, di nuovi orizzonti e confini da riscrivere, di dolore che non passa e di vita, complicata, ricca, meravigliosa.

Creare “Emozionario” è stato costruire un luogo di cura, uno “Spazio Etico” dove condividere, raccontare, riflettere, sviluppare competenze emotive, relazionali, comunicative, dove nutrire la consapevolezza che la cura passa sempre attraverso buone pratiche, tempo, attenzione e parole capaci di trasformarsi in relazioni efficaci, in grado di tutelare il curato ed il curante, risposta e alternativa alla fatica del prendersi cura.

Un susseguirsi di incontri virtuali in cui elaborare emozioni e sentimenti per intraprendere un percorso di alfabetizzazione emotiva, in cui condividere strumenti di cura e manutenzione emotiva. Due anni pieni di post, suggestioni, utilizzando immagini, parole, poesie e musica. Ospiti di questi momenti i colleghi infermieri, e psicologi, filosofi, educatori, medici, esperti di medicina narrativa, contraltare e ago della bilancia, che con noi dipanano nodi, in una condivisione di spazio e tempo di cura. Quel tempo che diventa necessario nutrimento, diritto all’autocura, ricarica di energia da reinvestire nella relazione.  Una “spa dell’Anima” come l’ha definita una collega.

Con Emozionario vogliamo contribuire ad una cultura delle relazioni interpersonali attraverso un cambio di paradigma, mettere al centro l’umano, le competenze emotive, relazionali, comunicative per creare ambienti di lavori etici e sostenibili per tutti coloro che li abitano a vario titolo, tornare a “essere” non solo a “fare”.

Credo fermamente che, in questo mondo nuovo, sia necessario partire dalla consapevolezza. A monito e prova di questa necessità ho una frase scritta da Rachel Naomi Remen: “L’aspettativa che possiamo essere immersi nella sofferenza e nella perdita tutti i giorni e non essere toccati da essa è irrealistica come pensare di passare attraverso l’acqua senza bagnarsi”.

Ed io, semplice infermiera, del contatto faccio risorsa, abbraccio e sorrido, ci provo ancora a mettere, sempre e comunque, la persona al centro. Anche con “Emozionario”, un seme lanciato al vento, che sta fiorendo meravigliosamente.

 

Marina, settembre 2023

Ho un’amica con un cancro al quarto stadio. Scegliere le parole della cura è essenziale.  E io scelgo il mare. La chiamo, le faccio sentire il rumore della risacca, del vento. Le parlo di quello che ho fatto oggi, di quello che farò domani. Cose semplici, quotidiane. Io non lo so quanti domani avrà lei. Ma so che le mie parole sono cura

 

Marina e Titti: la prima  giornalista, scrittrice, docente, con una vita girovaga e non convenzionale. La seconda infermiera, con la passione di leggere e scrivere, cucinare e dormire. Si sono incontrate anni fa al mezzanino della Stazione Centrale di Milano, volontarie per l’assistenza ai profughi siriani. A Marina un giorno d’inverno è venuta la bronchite. Si spaccava in due dalla tosse e non aveva nulla da mangiare in casa. Viveva, e vive, sola. Titti ha attraversato la città per portarle la spesa. Quel gesto di cura le ha unite più di qualsiasi altra cosa. E di cura e di amore parlano, attraverso le loro esperienze diverse,  condotte  dal fil rouge di Emozionario.

 

Per conoscere Emozionario:

https://www.nurse24.it/dossier/covid19/emozionario-professionisti-sanitari.html

https://www.meer.com/it/68804-lemozionario-dei-professionisti-sanitari

https://www.noidonne.org/articoli/lemozionario-dei-professionisti-sanitari-per-una-sanit-migliore.php

Emozioni, riconoscerle e gestirle

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Marina Baumgartner, romana di nascita e fiorentina d’adozione, vive e lavora a Milano, città che adora. Giornalista, ha scritto di viaggi, di persone, di storie fantastiche, di Paesi lontani. Ma anche di cibo e vini buoni, due grandi piaceri della vita. Lavora come copywriter per un’agenzia fiorentina, piena di belle idee e di bella gente. Ama viaggiare, molto spesso da sola, la buona musica, essere innamorata, le bollicine, gli spaghetti al pomodoro, la solitudine di fronte al mare, gli abbracci e gli amici veri. Scrivere è il suo respiro.

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