Cristallo

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Mi chiedevo, sai, ma tu ci riesci a dormire in questa tua vita nuova?
Quando scosti le coperte e guardi la stanza per l’ultima volta prima di spegnere la luce e la mano cerca l’interruttore nel posto sbagliato, non ti manca un po’ il fiato in gola?
Magari è solo che ho fatto male a non riprendere il mio cuscino. O forse è perché le lenzuola quando le lavavi tu avevano un altro odore e io credo di non averti mai chiesto, alla fine, che ammorbidente usavi.
E poi me lo hai sempre detto che non devo guardare il telefono prima di addormentarmi, che lo dicono un sacco di studi, è una delle maggiori cause di insonnia.
È solo che io faccio fatica a mettere in ordine i pezzi, in questa mia vita nuova. Ci sono un sacco di cose in disordine in casa e nessuno mi dice dove devo metterle.
Ho un armadio troppo grande, mi manca una coperta leggera. E poi da quel sacco nero dove sono finiti i miei vestiti mi sembra ne manchino un po’. Quello corallo, che avevamo comprato al mare in Toscana che tu pensavi fosse meraviglioso anche se io mi sentivo una sirena cicciona…ecco, quello proprio non lo trovo. Ma non importa, davvero.
La vita nuova esige abiti nuovi, questo lo dicono tutti, anche Marina e Francesca che mi invitano ogni giorno a fare shopping, prendere aperitivi, guardare film. In fondo il mondo intorno a noi sta resuscitando e noi non dovremmo essere da meno, dicono.
Ma io penso che abbiamo combinato un guaio, sai, perché i tempi giusti, come nel teatro o in una battuta, sono la cosa più importante. E non ci si può sentire scivolare via la vita dalle mani quando tutti gli altri la stanno abbracciando in un tango mozzafiato.
Che poi, lascia stare. Magari è un problema mio.
Magari tu sei avvinghiato a qualche sogno mentre dormi sonni tranquilli con il cuscino giusto.
Magari ti è bastato davvero, come hai scritto, eliminarmi da ogni anfratto della tua memoria, cambiare casa, buttare le foto, i funko pop che stavano sulle mensole del salotto (che poi forse almeno la regina Elisabetta l’avrei dovuta salvare, magari mi sarebbe stata di ispirazione, così salda e granitica con il suo piccolo corgie di plastica accanto).
Che poi tu come passi le giornate, ora?
Ti è capitato, ancora, di ridere?
Ma intendo forte, come ridevi delle mie buffonate, come quando mi si erano riempite le scarpe di sabbia, al fiume, e ogni 5 passi mi dovevo fermare a svuotarle come nella gag di un circo di infima categoria.
Che poi chi cazzo mi credo di essere?
Quanto pesa nella storia di una vita un pezzo di passato trascorso mano nella mano con un altro essere umano, aver mischiato il fiato e il vino e detto un sacco di parole di troppo?
E nello scorrere degli anni, dei secoli, nell’economia dell’intera evoluzione della specie, questi due puntini fatti di pelle, grasso e ossa che si sono scambiati un like su un social network, e poi due e tre, e un numero di telefono e una passeggiata al parco, e un primo bacio a un concerto, una casa, un gatto morto, un milione di liti e due milioni, almeno, di baci successivi (no, circa 200.000, ho fatto un calcolo a spanne), davvero, che differenza mai possono fare?
E quando abbiamo cominciato a lasciar perdere, a non aspettarci per mangiare perché si era fatto tardi e avevamo fame, a girarci dall’altra parte per dormire? Quando ha iniziato a darci fastidio l’odore l’uno dell’altra? Forse è stato perché abbiamo smesso di accendere le candele mentre cenavamo? O sarà stato perché non ci è più sembrato necessario sforzarci di essere migliori? Che poi io me lo sono chiesta, sai, perché ho risposto a quel messaggio. È che mi è sembrato così importante sentirmi ancora una volta l’orizzonte di qualcuno.
Ormai qui piove a dirotto da ore.
Avrei dovuto immaginarlo, ritirare i panni stesi, avere più buon senso.
Ma questa vita nuova, sai, a me sembra un mare di pezzi di cristallo sparsi sul pavimento. E io li raccolgo uno a uno e con le mani che sanguinano, prima o poi, ricostruirò tutti i miei bicchieri.

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