Le mie famiglie d’adozione

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Forte del detto che le famiglie vere – almeno ogni tanto – non sono quelle di nascita, ma quelle di cuore, ho iniziato presto a scegliere le mie.

Perché quella d’origine proprio un granchè non era. Padre succube di madre egocentrica, finito suicida. Madre innamorata solo ed esclusivamente di se stessa, fino al suo ultimo giorno. Fratello problematico, ovviamente toccato in eredità a me. Senza bonus aggiuntivo. Ovvero: non casa di proprietà, no soldi in banca, no di nulla. A questo terzetto si aggiungevano due vecchie streghe, nonna e tata, occupate ad odiarmi perché io ero normale e il maschio di casa no.
Direi che ho avuto i miei buono motivi se, a un certo punto, ho iniziato a scegliere.

La prima famiglia è stata quella della mia migliore amica del Liceo, la persona con la quale ho riso di più nella mia vita, e la responsabile delle mia precoce incontinenza urinaria in genere alla fine della quinta ora, quando, sconquassata da risate incontenibili, mi facevo regolarmente la pipì addosso. Non è mai più successo.

Ho iniziato a chiamare i suoi “mamma e babbo” quando i miei genitori già non c’erano più. Lei una vera casalinga, la sua frase ricorrente era “da me si può mangiare in terra da quanto è pulito” che io mi chiedevo “ma sul tavolo, per esempio, no?” ; poi andavo a casa mia e vedevo mia madre seduta in poltrona, le gambe appoggiate sul poggiapiedi, musica classica al giradischi e un romanzo francese in mano. Gli estremi. Potendo impastarle insieme e poi dividerle di nuovo in due, avremmo fatto due donne – quasi – perfette. Lui era il più ingegnoso meraviglioso stupefacente bricoleur collezionista aggiustatutto che io abbia mai conosciuto. Mi ricordo di aver portato, avvolto in carta di giornale e con due maniglie di spago, un mobilino dallo Yemen a Firenze. In più avevo un grosso zaino, uno zainetto, eccetera eccetera. Come ho fatto, ancora non lo so. So però che appena tornata l’ho portato a lui, il babbo. Dicendogli: fai te. Me l’ha reso nuovo. Era anche un tipo spiritoso.  Ci portava spesso a pranzo fuori, la mamma, le due figlie e me, e mi presentava a conoscenti e amici dicendo: ecco la mia terza figliola. La gente rimaneva perplessa, perché sapevano che dal matrimonio le figlie nate erano due e pareva strano che una figlia illegittima fosse così ben inserita nel contesto familiare. Un po’ imbarazzati ovviamente non chiedevano spiegazioni e lui, con la sua aria sorniona, ovviamente non ne dava. Il ricordo più tenero è che ho di loro quando vennero a prendermi, a sorpresa, fuori dall’ospedale di Fiesole dove avevo passato una settimana con un’ulcera gastrica di 4 centimetri che mi aveva dato dolori fortissimi. Uscire e trovare loro mi commosse profondamente. Mia madre non lo avrebbe fatto.

Poi è arrivata la famiglia sicula. Io subaffittavo la casa dove mio fratello era rimasto da solo, un po’ per fargli compagnia, un po’ per pagare le spese di un appartamento grande ormai quasi vuoto. Si avvicendavano studenti e studentesse coi i quali mio fratello fraternizzava. Mi ricordo ancora di un ragazzo di Genova che aveva una gatta nera molto scontrosa che soffiava a tutti. Mio fratello si comprò dei guantoni da boxe – giuro! – e iniziò le manovre di avvicinamento. La gatta, spaventatissima da questo approccio, non si fece mai prendere.  Poi arrivò LEI, vent’anni, palermitana, capelli nerissimi con un ciuffo rosso fuoco (sottolineo che era il 1990, secolo scorso). L’idea di collocarla in un condominio dove “sono tutti generali” (cit. mia madre) mi stuzzicò subito. Prese possesso di una stanza e fu amore a prima vista. Io vivevo a Milano allora,  dove mi ero trasferita inseguendo sogni di lavoro e di amore, e mi ero ritagliata una stanza nella casa dei miei genitori. Da quando arrivò lei  e per tutti gli anni in cui c’è stata, io tornai a Firenze ogni week end, sentendomi a casa, come mai prima di allora. La mia nuova sorellina cucinava in modo divino – e ancora lo fa – e aveva mille cose che amavo. Tranne il suo fidanzato francese. Con cui litigava puntualmente al telefono e le liti erano scandite dal rumore metallico del contascatti. Lite lunga, conto salato.   E così andava avanti. Ma si sa, gli amori tempestosi a noi donne sono sempre piaciuti. Una volta il suo fidanzato, chitarrista classico, venne a trovarla portandosi dietro l’amico musicista con cui suonava, un violinista inglese che stava anche lui a Parigi. Era  una primavera tiepida e io avevo un grande terrazzo; mangiammo fuori e poi loro due improvvisarono un concerto: le voci intense ed emozionanti di violino e chitarra si alzarono nitide nel silenzio della strada. Dopo dieci minuti, erano tutti affacciati ad ascoltare. Ho un ricordo magico di quei giorni. Ci fu anche un tentativo di flirt fra me e il violinista – il mio amore di allora era un infedele cronico – ma finì nel nulla.  IL violinista non prese iniziative, io nemmeno. E una delle amiche a cui raccontai la storia, sentenziò: “Oh Marì, una volta che decidi di fargli le corna, te lo scegli buco! Ma sei proprio bischera!”. Sì, eravamo a Firenze. La mia sorellina adottiva è tornata in Sicilia, do ve io la ho raggiunta tante volte nella sua avvolgente calda famiglia, si è sposata (non col francese), lavora, coltiva molte passioni. Adesso la vedo, raramente. Mi manca tanto, sempre.

Nel periodo magico in cui stavo in una grande villa sulle colline toscane – eravamo tutte coppie dai 30 ai 40 anni – ho conosciuto quella che è diventata ed è la mia migliore amica, compagna di tante avventure in giro per il mondo. Con lei, un’altra famiglia, stavolta sull’asse Roma-Firenze-Germania. Suo figlio, ricercatore, vive in Germania;  appassionato di viaggi, di vela, di pittura e di un altro milione di cose, mi chiama “la sua zia sana”. Ultimamente ho fatto di tutto per oscurare questa fama, ma tant’è. Insieme abbiamo fatto viaggi, noi tre, troppo belli e divertenti dove lui portava i nostri due zaini più il suo e chiacchierava con tutti nelle 4 lingue che parla correttamente.  Negli anni felici del mare sardo, quando c’erano sempre avventure e risate, lui guidava il gommone, cucinava, apparecchiava….un gioiello di ragazzo. Un po’ maldestro però. Fra immagini di  cocci rotti, occhiali pestati, vetrinette preziose distrutte,  mi ricordo ancora in India,  prima classe di un treno, noi tre e una nobile dama vestita di un prezioso sari…beh, la sua faccia mentre lui le rovesciava addosso un’intera lattina di Coca Cola non la scorderò mai!

L’ultima famiglia – in ordine di apparizione – è quella dei giorni difficili, del sostegno al dolore, dell’accoglimento di nevrosi, ansia, pianto. E’ il prodigio di un rapporto iniziato da prof-studentessa ed evoluto in : sorella minore saggia e risolvi-problemi  di ogni genere versus sorella maggiore nevrotica e rompipalle. Cioè io.  Con lei ho fatto viaggi troppo divertenti, camminando come delle forsennate, ridendo come sceme. Epica  una psicoanalisi inventata sul momento all’ombra di Notre Dame per esorcizzare i ricordi brutti di mia madre. Lei ha un marito chef bravissimo, un figlio sous chef del padre e un altro figlio barman eclettico. Loro mi hanno adottato.  L’altra sera eravamo io e lei a cena da marito e figlio, ci ha raggiunto l’altro figlio – due ragazzi belli come il sole – per bere qualcosa con noi. Lei ha fatto un largo sorriso e ha detto: “Sono felice, stasera ho qui tutta la mia famiglia”.

Se non sono famiglie queste…. Naturalmente tutte ancora in essere!

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