Dammi mille baci…*

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Il tempo, lo spazio, la misura perfetta di un bacio.
Quando? Dove? Quanto deve durare?
Quali sono la sua storia, la sua geografia, la filosofia che sta dentro uno stupido bacio?
Di una cosa sola sei certa. È la moneta dell’amore, il bacio.
È necessità, quel toccarsi di labbra e lingue e saliva.
In fondo, se ci pensi, rispetto al resto del corpo a bocca ha consistenza diversa, è materia che ha bisogno di un incontro, il primo mezzo tramite cui conosciamo, la porta del nutrimento.
Baci. Che portano appiccicate fotografie a colori vividi.
Papà che mangiava seduto a tavola e tu che, correndo, arrivavi ad abbracciarlo e gli stampavi baci enormi, bagnati e rumorosi. E ogni bacio ti sembrava fosse fra i pochi che ti erano concessi sulla guancia liscia e abbronzata di quell’uomo che ti somigliava così tanto. E poi avevi scoperto che avevi ragione. L’ultimo di quei baci era arrivato presto. La bara era messa troppo in alto, bisognava sporgersi, ma non troppo, per toccare quella pelle gelata, non volevi mica cascarci dentro.
Poi c’era stato il primo bacio del grande amore. Un pomeriggio di sole. Quel bacio lo avevi atteso per ore, spiando i suoi movimenti, pensando a quando sarebbero diventati familiari. Vi eravate salutati sottocasa, lui aveva preso il tuo viso fra le mani, tu avevi chiuso gli occhi e lui ti aveva baciata sulla fronte.
La annoveri tra le grandi delusioni della tua vita, ma, allo stesso tempo, era stato anche il sigillo di quello che per te lui sarebbe stato sempre: porto.
Ci avevi riflettuto mezza vita: il primo bacio del tuo amore grande era stato paterno e non erotico, quindi forse avresti dovuto capire da subito molte cose e non farti ottundere dal bacio dimenticato, quello arrivato dopo, in una notte perfetta passata a bere e mangiare qualcosa che non ricordi, in una Milano splendida, e ricordi però quanto ridevi e quanto fosse stato difficile sembrare sexy mangiando in piedi qualcosa di molto complicato. Ma cosa poi? Davvero non lo rammenti? Era del riso?
Lui sosteneva di averti baciata lì, durante il concerto, all’angolo fra la guancia e la bocca e lo chiamava sempre il vostro primo bacio e tu invece nemmeno lo ricordavi. Un caso? L’ultimo, invece, sì. C’erano i tuoi vestiti negli scatoloni in macchina. “Allora, li prendi?”, ti aveva chiesto. “Io preferirei di no”, gli avevi risposto, saltandogli al collo. La lingua che cerca la lingua. Perdersi ancora, completamente, in quell’abbraccio invincibile. Fondere i vostri corpi in quel miliardesimo bacio. Che mica l’avevi capito che sarebbe stato l’ultimo. Che lui ti avrebbe chiamata qualche giorno dopo per dirti “mai più”.
Nel tuo scrigno tieni poi il primo bacio di Giuda. Quello dato a un uomo che non avrebbe dovuto essere lì e tantomeno tu, dentro quell’auto ai confini del nulla, in un giorno in cui faceva un freddo cane e tu hai pensato: “Ecco, così ci si sente a tradire”. Ma avevi pensato anche che non ti era mai capitato di baciare labbra così morbide. Che quasi ti sembrava di fargli del male. E invece stavi facendo a te stessa un gran bene.
I baci che dai alla nonna, i baci che dai a mamma. I baci che dai a forza a tua sorella. Sono quelli i baci della vita, delle radici, di quella forza femmina che vi scorre dentro…la diva, la maestra, la Sfinge. Un filo rosa barbie e rosso fuoco che vi lega e libera allo stesso tempo.
I baci che dai a Giacomo quando si accoccola fra le tue gambe sul divano. I cartoni alla Tv. Un libo da leggere. I suoi riccioli finissimi e profumati. “Mi dai un bacio patato?” “Ti do un bacio, zia”.
E poi quel giorno di qualche mese fa. Camminavi accanto a uno sconosciuto, era quasi notte. Vi eravate scritti migliaia di messaggi, forse innamorati in meno di un giorno. Non dimenticherai mai, credi, la tua paura di sbagliare, di fraintendere. Perché ti eri accorta che quello sconosciuto si stava incollando indelebile in un posto preciso fra gola, anima e polmoni. Cercavi di ottunderlo di parole, che è la cosa che sai fare meglio, perché si allontanasse il momento di capire. E poi lui ti aveva baciata. Così. All’improvviso. Come nelle commedie inglesi che adori. I protagonisti camminano uno accanto all’altro, gli spettatori sanno che andrà tutto bene, ma invece loro no. Perché è l’ennesima storia incasinata, perché lui è sposato, perché tu sei stronza, perché non ci si innamora di uno sconosciuto a quasi 40 anni. Perché è passato il tempo delle cose sconsiderate. Lui si ferma. Ti prende il viso fra le mani. E ti bacia. Perché la vita in fondo è davvero una commedia inglese. O almeno tu la tua l’hai sognata così. Ci sono Hugh Grant, le librerie piene di luci, i maglioni di Natale, le lacrime che si confondono con la pioggia e battute sagaci.
Che poi, nella realtà, a te quel bacio è sembrato quello di Biancaneve. È un bacio che ti risveglia da un’adolescenza che sembrava infinita. È il bacio che ti ha fatta sentire, davvero, per la prima volta e per sempre una Donna, con la D maiuscola.

* Catullo, Carme V.

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