Oggi è domenica: domani si vive

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Oggi è domenica. La prima domenica del mese. La prima domenica di questo autunno ancora vestito da estate, del caldo che non molla, delle giornate infinite. E’ il primo ottobre e da sempre il numero uno segna l’inizio di qualcosa. La vita ha tanti inizi. C’è quello classico, uguale per tutti, col pianto liberatorio del neonato che si affaccia al mondo che gli si para davanti come un tuono una deflagrazione un faro accecante. C’è il primo giorno di scuola, cartella e fiocco sul grembiule. C’è chi impara a leggere e a scrivere a 4 anni e a 6 anni è già in seconda. Chi si annoia a sentire la Maestra che legge Cuore – mi auguro ora bandito dalle scuole elementari – e da sotto il banco tira fuori un giornaletto a fumetti. Chi si nasconde in bagno e pensa, fortissimamente pensa a dove sarà il suo amore in quel momento e quanto tempo manca ad incontrarlo. C’è il primo amore, e sono sempre lacrime. Il mio primo amore aveva 17 anni e io 14, eravamo al mare. Non mi baciava sulla bocca perchè diceva “Pensa alla trasmissione di microbi, batteri, ohibò”. Poi io sono partita per la montagna, lui è rimasto al mare, sono tornata e l’ho trovato fidanzato con la mia migliore amica. Lei aveva 13 anni. E’ stata la prima disillusione. Ma io l’avevo già tradito, ero curiosa. In montagna avevo baciato uno di 10 anni più grande. La notte avevo sognato che la sua lingua, allungandosi a dismisura nella mia bocca, mi soffocava.   Dopo, ho imparato che baciare la persona giusta può essere fonte di infinito piacere. C’è la prima volta che fai l’amore, ti rivesti – la mia generazione lo ha fatto per lo più in macchina – e pensi: tutto qui? Non ti conosci, non conosci il suo corpo, non sai cosa chiedere. Poi arriva il primo orgasmo: ti squassa il corpo, la mente, il cuore. E le prime scoperte si susseguono, a ritmi serrati.

Il mondo è tuo, il gioco della seduzione anche. Complice una moda che ti spoglia più che vestirti. Torni dalla Londra dei favolosi anni 60 con la gonna che neanche ti copre il culo, le camicette nude look che ti lasciano a seno scoperto, praticamente nuda. Il trucco esagerato alla Twiggy è scenografico, divertente, passionale. Giri in macchina da sola alle tre del mattino e ti senti sicura. Mi ricordo una volta – io con la mia seicento bianca –  mi seguì uno con una spider rossa fino al cancello di casa. Io tranquilla scesi per cercare le chiavi e scese anche lui, per chiedermi il numero di telefono. Non glielo diedi e la cosa finì lì.

La prima volte che mi sono sentita vinta, frustrata, arrabbiata?  Io, da sempre prima della classe, a cominciare da una serie di temi premiati alle elementari, di racconti premiati in radio, per continuare con un nove in italiano alla maturità liceale, eccetera eccetera…menomale che in tutto questo avevo mia madre che mi ripeteva come un mantra “Tanto  brava a scuola, quanto stupida nella vita”. Lei ha sempre saputo come nutrire la mia autostima. Il primo – e l’unico – esame dove sono bocciata due volte è stato quello di guida. Complice mio padre che, per risparmiare i soldi della scuola guida, si era improvvisato mio istruttore. Peccato si fosse scordato di insegnarmi che agli stop ci si ferma. Sempre. Almeno all’esame di guida. Cosa che io, in una città deserta delle due del pomeriggio, non feci. Ho ancora nelle orecchie le urla del mio esaminatore. Alla prova dopo mi fermai diligente allo stop: ma peccato che ero molto nervosa – ansia da prestazione – e durante un difficile parcheggio su una strada in salita – che parcheggiando diventava discesa –  mi sfuggì il piede dal freno e sbattei violentemente contro la macchina dietro. Inutile dire che fui bocciata anche stavolta. Poi, per rappresaglia contro la Motorizzazione tutta, per il successivo anno e mezzo mi rifiutai di dare l’esame. Una provvidenziale iscrizione a una scuola guida ufficiale mi salvò dalla terza bocciatura. E così, per la prima volta, imparai che si può anche bocciare.

Poi c’è stata la prima volta in cui ho vinto la paura. Io ho paura di poche cose. Ho infilato le piste nere più nere delle Dolomiti sapendo a malapena sciare. Mi ricordo la  “Vertigine bianca” dove i miei sci sporgevano sul precipizio facendo praticamente un angolo retto. Il mio fidanzato di allora, sciatore esperto, pronunciò le fatali parole “Io vado avanti così te scendi tranquilla” e mi mollò, danzando sulle cunette. Arrivai miracolosamente in fondo senza nemmeno cadere. Andando a cavallo – io sono piccola – ho montato dei giganti, che per salirci sopra mi ci doveva mettere di peso lo stalliere; spesso uscivo da sola nel bosco, una volta caddi, non riuscii più a risalire e tornai allegramente a piedi; poi c’erano le gare di velocità con i miei compagni cavalieri: io ero l’unica donna, ma come galoppavo sulla Firenze-Pisa-Livorno in costruzione, ancora se lo ricordano! Per dire, che la paura mi era pressochè sconosciuta. Tranne. Tranne quella di andare sottacqua con le bombole. L’idea di scendere attaccata a un respiratore mi terrorizzava. Facevo  le gare di tuffi di testa dal trampolino, sci d’acqua, snorkeling di ore. Ma la bombola no. Poi  nella mia vita è arrivato un signore con 5 brevetti sub e nessuna donna che condivideva questa passione. Ho preso il brevetto fra i cavalloni di Calafuria, vicino a Livorno. L’istruttore che me lo ha dato era un incosciente: non è mai riuscito a connvincermi a togliermi la maschera e rimettermela seduta sul fondo del mare. Però mi ha promosso lo stesso. Forse per compensare quello della scuola guida. La prima immersione con l’amore della mia vita l’ho fatta il 4 agosto, anniversario dei suicidio di mio padre. Mi ero convinta che, per una beffa del destino, quel giorno sarei morta anch’io. Così non è stato, ma ho fatto l’immersione più vergognosa della mia vita. Dopo, nel tempo,  mi sono appassionata, ma quel filino di paura mi è rimasto sempre. Ho salutato il furto della mia borsa sub dalla barca come una liberazione.

Poi ci sono stati altri inizi. In cui il cuore si è spaccato, per ricominciare miracolosamente a battere. In cui mi sono chiesta come si può vivere con tanto dolore. Quest’estate, per la prima volta ho ricominciato a viaggiare. Nizza, Parigi, Sudafrica. Il cammino del Capo di Buona Speranza, meravigliosa passeggiata fra l’Oceano Atlantico e l’Oceano Indiano, ha sancito la mia nuova passione: viaggiare anche senza avere nessuno che, incantato, ascolterà i miei racconti. O meglio, no nessuno, ma UNO.

Oggi è di nuovo un numero uno, di ottobre. Oggi è domenica, domani si  vive. Quale inizio può essere più entusiasmante?

 

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Marina Baumgartner
Marina Baumgartner, romana di nascita e fiorentina d’adozione, vive e lavora a Milano, città che adora. Giornalista, ha scritto di viaggi, di persone, di storie fantastiche, di Paesi lontani. Ma anche di cibo e vini buoni, due grandi piaceri della vita. Lavora come copywriter per un’agenzia fiorentina, piena di belle idee e di bella gente. Ama viaggiare, molto spesso da sola, la buona musica, essere innamorata, le bollicine, gli spaghetti al pomodoro, la solitudine di fronte al mare, gli abbracci e gli amici veri. Scrivere è il suo respiro.

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