Lady Chatterley, chi era costei?

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Ho 31 anni, il peso di una decennale relazione che non riesco ad interrompere, una vita piena, lavoro, viaggi bellissimi, amici, distrazioni. Non sono felice. Inizio a svegliarmi con fatica, alzo il braccio per accendere la luce e pesa una tonnellata, guido col terrore di svenire e mi guardo continuamente nello specchietto per vedere se le mie labbra diventano bianche…il mio compagno medico, suo padre pure. “Ma cosa vuoi avere, non vedi che sei il ritratto della salute”? Fuori. Dentro, no. Vado da un altro, mi dà antidepressivi per la mattina, sonniferi per la sera. Un mese. Ma non sono io, quella che prende queste pillole. Prendo una decisione: andrò, da sola, in Maremma a imparare a montare a cavallo. Mio padre, con tutti i cavalli che ha avuto, non mi ha mai permesso di montare. Penso che un nuovo interesse mi possa far bene. E parto per la Maremma da sola, con gli occhi fissi allo specchietto e il cuore in gola. Non sapevo che il cavallo sarebbe diventata la mia più grande passione. E non solo il cavallo. Al maneggio c’è lui, stalliere e istruttore, 23 anni, capelli lunghi, faccia da indio, una bocca rosa e gonfia, spalle larghe, vita stretta, lato B da urlo, cavalca a pelo. Tutte le femmine presenti lo puntano, anche quelle accompagnate dai mariti. Mi mette nel tondino, mi fa galoppare, cado, sentenzia: ok, sei pronta per andare in passeggiata. Giorni esaltanti. Scopro di non avere paura, galoppo in piedi, sono felice felice felice. Non dormo la notte, ma è per la troppa felicità. Fra noi, un gioco di sguardi, sorrisi, mani sfiorate. Una sera ci raccogliamo intorno al fuoco, accanto alle stalle.

Arrostiamo la carne, prima a lungo, amorosamente, marinata. Il proprietario del Rifugio legge il Decamerone.

È una notte magica, piena di stelle e di desideri. Piano piano tutti vanno a letto. Rimaniamo solo io e lui. Senza una parola, mi prende in braccio, mi porta su, nel fienile. Una coperta da cavalli che punge, facciamo l’amore lì. Sopra, da una fessura, ci guarda la luna; sotto, il raspare dei cavalli nel sonno. Alle sei del mattino lui si alza, va a farsi la doccia e si prepara per una lunga giornata di lavoro. Io, infreddolita – mi è venuta la bronchite, ma chissenefrega – cerco di ricompormi e di passare davanti alla reception per raggiungere la mia comoda stanza con l’aria più disinvolta possibile. Tempo dopo il padrone mi confesserà che a una cert’ora è venuto a cercarci; ci ha trovato che albeggiava, addormentati sulle balle sfatte e se n’è andato in silenzio. Così è cominciata una passione travolgente, fatta di mie fughe da casa, di chilometri macinati fra Firenze e la Maremma, con la mia cinquecento che pareva una Ferrari tanto volava, di ritorni a casa con gli occhi che mi si chiudevano sulla superstrada e Dio solo sa quante volte ho sfiorato il guardrail, di sabati in cui uscivo di casa alle otto e mezzo dicendo vado in maneggio e tornavo la sera che non avevo neanche mangiato. E’ durata sette mesi, e così com’è arrivata, all’improvviso, la passione è sparita. Un giorno l’ho salutato senza voltarmi indietro. Mai più visto. Ritrovato su Facebook, la faccia da indio, lo sguardo, la bocca, spariti. Preferisco i ricordi.

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