Mani da origami

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Un pomeriggio di gennaio diedi il mio cappotto a un bambino che stava seduto alla fermata dell’autobus. Faceva un freddo cane, e il bambino indossava solo una felpa di pile con un’aquila disegnata sul petto. Si stringeva il corpo in un abbraccio solitario, curvo e tremante sulla panchina, battendosi le braccia come se volesse spegnere un piccolo incendio. Venne fuori che era un esperimento sociale per testare la generosità delle persone: il bambino era un attore, e c’era persino una telecamera nascosta sull’altro lato della strada. Molta gente guardò il video su Youtube e lo condivise sui social network. Avevo passato il test: grazie a me, l’umanità poteva ricominciare ad avere fiducia in se stessa.
Esperimenti di quel genere stavano diventando sempre più frequenti, e la rete li utilizzava per valutare lo spessore morale di una persona. Li organizzava una multinazionale della Silicon Valley chiamata Cantora, il cui proprietario era un riccone eccentrico che vedeva internet come una sorta di tribunale collettivo. Le modalità erano imprevedibili: poteva essere una bambina che elemosinava cibo ai tavolini di un bar, un finto senzatetto che sveniva improvvisamente sul marciapiede, una donna in lacrime sulla panchina, o altre circostanze che avrebbero permesso di osservare le reazioni dei passanti. Terrorizzati dalla potenziale esposizione al pubblico ludibrio, tutti cominciarono a essere più gentili con il prossimo, e restavano delusi se una loro buona azione non veniva ripresa dalle telecamere.
Per quanto mi riguarda, non ero mai stato protagonista di un video virale. Ero a malapena apparso in televisione. Un TG nazionale era venuto a riprendere il mio liceo durante l’esame di maturità, e ogni giugno mandava in onda sempre le stesse immagini, dove comparivo con la testa china sul banco mentre scrivevo un tema sul ruolo della poesia nel mondo contemporaneo. Per anni sono rimasto intrappolato in quel loop, con le immagini televisive che mi confinavano nel ruolo di ripetente perenne.
Su internet mi chiamavano “quello del cappotto”, o in alternativa “il ragazzo del cappotto”. Nel video non compariva il mio nome, ma per molti non fu difficile risalire a me. Quando fu pubblicato, la storia degli esperimenti sociali era nuova e faceva ancora scalpore. Lo condivisi anche io su Facebook e Twitter, ironizzando sul mio gesto per schermirmi. Così, a furia di commenti e retweet, furono in tanti ad aggiungermi ai loro contatti. Non abbastanza da trasformarmi in influencer o cose del genere, ma più di quanti ne avessi mai avuti. Persino su Tinder, dove prima faticavo a trovare un match che non vivesse a Manila o Vladivostok, alcune donne mi riconoscevano dalle foto e osavano scrivermi per prime, spesso dicendomi quanto fossero rimaste colpite dal mio gesto. A tutte rispondevo che l’avrebbe fatto chiunque, dimostrando una scarsissima brillantezza negli small talk.

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